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Borsellino quater, Salvatore Borsellino: 'Lotterò fino all’ultimo dei miei giorni' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Gea Ceccarelli e Riccardo Castagneri   
Lunedì 08 Maggio 2017 22:44
di Gea Ceccarelli e Riccardo Castagneri - 8 maggio 2017

Il Borsellino quater si è chiuso tra polemiche e accuse. Il procuratore capo di Caltanissetta, Amedeo Bertone, ha duramente ed esplicitamente attaccato Fabio Repici, legale di parte civile di Salvatore Borsellino, definendo le sue repliche in aula “ingenerose verso i pm”.

Una sentenza all’italiana, un po’ di fiele, un tocco di miele, tutti contenti, tutti insoddisfatti.

Ne parliamo con Salvatore Borsellino.


Ingegner Borsellino, con la sentenza del Borsellino Quater si è di fatto riscritta la storia della strage di via D’Amelio e del più grande depistaggio della giustizia italiana. E’ soddisfatto?


Questa sentenza rappresenta sicuramente una svolta nella storia dei processi che si sono svolti a Caltanissetta sulla strage di Via D’Amelio ed è anche una sentenza insperata rispetto a come, da parte dei PM, era stato condotto il processo.

E’ mancato in particolare l’approfondimento su quel depistaggio che era stato purtroppo avallato nel corso dei primi due processi, rendendosene in qualche maniera complici dato che era evidente a tutti, tranne appunto i PM di quei processi, che non poteva essere stato affidato ad un balordo di quartiere come Enzo Scarantino un incarico di così alta importanza per Cosa Nostra come il furto e la preparazione della Fiat 126 che doveva essere adoperata per la strage.

Alla stessa maniera è mancato, nel corso del Borsellino Quater, l’approfondimento sulla sparizione dell’Agenda Rossa.

Ho sentito io stesso, nel corso delle udienze, i testimoni diretti presenti quella sera in Via D’Amelio, mentre l’agenda veniva trafugata, dare versioni palesemente discordanti tra di loro senza che da parte dei PM venisse richiesto un confronto diretto in aula per potere verificare tali discordanze.

Sono soddisfatto dell’esito di questo processo perché non speravo più in una sentenza come questa, avevo addirittura deciso di rinunciare alla mia costituzione di parte civile nel momento in cui la Corte aveva accondisceso al diktat di Giorgio Napolitano concedendogli di non presentarsi a rendere testimonianza come era stato richiesto dalla mia parte civile asserendo di non avere nulla da aggiungere rispetto a quello che aveva già detto.

Era stato leso il diritto della mia parte civile di porre a questo testimone delle domande senza conoscere le quali lo stesso non poteva sostenere di non avere  nulla da dire.

Conosciamo per il momento soltanto il dispositivo della sentenza, aspettiamo di conoscere le motivazioni nel momento in cui verranno depositate. In ogni caso potrò dirmi soddisfatto solo quando la Verità darà acclarata e Giustizia sarà fatta. Questa sentenza rappresenta solo un primo passo, c’è ancora tanta strada da fare e questa strada potrà essere fatta soltanto quando non sarà solo la magistratura giudicante ad mettere una sentenza equa ma sarà anche la magistratura inquirente ad andare a fondo superando quel timore reverenziale che hanno dimostrato di fronte alla Istituzioni dello Stato, anche a fronte del sospetto di deviazioni dello stesso


Scarantino è stato “indotto” a mentire, dunque. Da chi, secondo lei, e perché?


Durante tutto il corso di questo processo, per quanto riguarda l’imputato Scarantino, l’attenzione dei PM, è stata rivolta soprattutto ad evidenziarne le colpe, quando Scarantino avrebbe dovuto essere considerato egli stesso una vittima, alla stregua di quegli imputati, condannati nei primi due processi a causa di quel depistaggio di cui Scarantino e stato lo strumento.

La Corte, attraverso la sentenza emessa ha appunto ribaltato l’impostazione dell’accusa. Se Scarantino è stato indotto a mentire, allora vuol dire che il depistaggio c’è stato e ne devono essere individuati sia  gli autori diretti, sia gli ispiratori sia i motivi per cui è stato messo in atto.

Solo da un processo a da PM realmente intenzionati a percorrere questa strada ci potrà essere Verità e Giustizia, non da un processo in cui l’unico PM presente all’inizio dell’udienza dove si è svolta l’arringa finale della mia parte civile ha preferito alzarsi ed allontanarsi definitivamente appena il Presidente ha dato la parola al mio avvocato.

Eppure siamo stati gli unici, oltre ovviamente al difensore di Scarantino, a chiedere l’assoluzione dell’imputato, eppure nel corso di quella udienza abbiamo proiettato un video da noi stessi realizzato utilizzando gli spezzoni, anche inediti, delle riprese realizzate da vari operatori in Via D’Amelio in quei minuti in cui l’Agenda e scomparsa, evidenziando i nomi e i movimenti delle persone che si aggiravano intorno alla macchina e al cadavere di Paolo e della sua scorta. Evidenziando anche la non documentata presenza di chi in Via D’Amelio non sembra, appunto,  essere presente eppure viene chiamato ad avallare la testimonianza di chi ha aperto la borsa per verificarne il contenuto.

La Corte ha assistito con grande attenzione alla proiezione di questo video, il PM no, era assente, forse il video non era di suo interesse?


Quanta speranza nutre riguardo la possibilità che gli inquirenti ora approfondiscano e chiariscano una volta per tutte le circostanze che condussero al falso pentimento di Scarantino?


La speranza non la abbandonerò mai e per la Verità e la Giustiza combatterò fino all’ultimo giorno della mia vita, perché ci si arrivi è necessario però, come ho detto nelle risposte precedenti, che ci sia la reale volontà di arrivarci, che si vada avanti anche quando dovessero emergere le responsabilità di pezzi deviati dello Stato, gli stessi che, forse, oltre ad avere partecipato alla preparazione ed all’esecuzione di quella strage, hanno poi deviato il corso delle indagini attraverso il macigno del depistaggio attuato costringendo Scarantino a mentire.


La sentenza influenzerà, secondo lei, il procedimento palermitano sulla trattativa e la posizione del pm Di Matteo? E se sì, in che misura?


Trattativa e depistaggio sono legati a doppio filo, quei pezzi deviati dello Stato che hanno iniziato e condotto la trattativa sono gli stessi che hanno cercato e cercano di deviare il corso della Giustizia tramite il depistaggio e che cercano di porre ostacoli di ogni genere sul processo di Palermo facendo pervenire, attraverso Totò Riina, minacce di morte al PM di Matteo.

Per questi settori deviati, non per la mafia, è vitale che non si faccia luce sulla trattativa.

Anche in questo caso Cosa Nostra è la mano armata dello Stato deviato.

Come spiega il silenzio dei media al riguardo?

Come la trattativà è stata per anni “presunta”, anche se poi veniva attaccato con ogni mezzo chiunque ne parlasse, così questa sentenza deve essere ignorata dall’opinione pubblica perché conoscere vuol dire capire e capire che c’è stato un depistaggio e che questo depistaggio non può che essere stato messo in atto  da pezzi deviati dello Stato ed avallato da pezzi conniventi della magistratura stessa puo far capire all’opinione pubblica che quell’aggettivo “presunta” deve essere eliminato, che una scellerata trattativa è stata messa in atto ed alla continuazione di questa trattativa è stata sacrificata la vita di Paolo Borsellino.

E il silenzio e dovuto ala fatto che in Italia purtroppo non esiste più una stampa libera o il suo campo d’azione è estremamente limitato.


E’ innegabile che, in tutti questi anni, lei, come altri che cercano di far luce sulle stragi, sia stato oggetto di una campagna di forte delegittimazione: con il nuovo tassello, ritiene che questa tendenza migliorerà o si aggraverà?

Si aggraverà, tanto più ci sarà il rischio, rischio per qualcuno,  di arrivare alla verità tanto più cresceranno gli attacchi e le delegittimazioni verso chi questa Verità continua a pretendere e per questa Giustizia  continua a combattere.


Resta comunque una grande verità mancata: dove si trova secondo lei l’agenda rossa?

L’Agenda Rossa, così come le memorie dei computers di Giovanni Falcone, così come i documenti custoditi nella borsa e nella cassaforte di Carlo Alberto Dalla Chiesa, non può che stare in un’altra cassaforte, quella di quei Servizi deviati che erano gli unici  in grado di organizzare e portare a termine questi trafugamenti.

Sui contenuti di quell’ Agenda Rossa si basano i ricatti incrociati che determinano i destini di questa Seconda Repubblica, una repubblica che ha le fondamenta intrise di sangue, il sangue delle stragi di Via D’Amelio, che servì per poterla portare avanti, e delle stragi di Via dei Georgofili e di Via Palestro che furono necessarie per portarla a termine quando dopo la prima strage, per la reazione dell’opinione e della parte sana dello Stato,  c’era il pericolo  che si arenasse.

In merito al pensiero di Salvatore Borsellino, riportiamo quello di un personaggio che preferisce mantenere l’anonimato.

Si tratta di una preziosa fonte delle procure di mezza Italia da oltre vent’anni, teste chiave nei più importanti processi di mafia. G.F. (anche le iniziali sono di fantasia ndr), raggiunto telefonicamente da Articolotre, dichiara:

“La sentenza della Corte di Caltanissetta? Trame oscure? Pentiti pilotati ? La Volontà di capire cosa si cela veramente dietro la strage di Via D’Amelio? Sarebbe sufficiente approfondire le dichiarazioni del teste Gioacchino Genchi, braccio destro di Arnaldo La Barbera. Le dichiarazioni di un altro teste, informatore di La Barbera, e di moltissimi altri testi sentiti in questi anni. Tutto ciò, naturalmente, se ci fosse la volontà di vedere, di capire.

Ma come si dice al mio paese, un piccolo centro siciliano, – quannu ù sceccu non vole bivere, è inutile fiscare - (quando l’asino non vuole bere è inutile sollecitarlo ndr). Voglio dire che si possono fare altri dieci processi, ma dopo 25 anni figuriamoci se c’è la volontà di fare luce su questo angolo oscuro.

Non siamo stupidi”.


Gea Ceccarelli e Riccardo Castagneri  (www.articolotre.com)









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