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Rubriche - Le vostre lettere
Scritto da Roberta Gatani   
Sabato 14 Febbraio 2015 09:41

di Roberta Gatani - 13 febbraio 2015

Noi siamo il Movimento delle Agende Rosse.
Ci siamo fatti carico di portare alla luce quella verità che il Giudice Paolo Borsellino aveva cominciato a tracciare sulla sua Agenda Rossa.
Una agenda donatagli dall’Arma dei Carabinieri, dalla quale il Magistrato, secondo le testimonianze dei familiari e dei suoi più stretti collaboratori, non si separava mai. Quell’agenda che senza dubbio aveva con sé anche quel giorno in cui fu ucciso in via D’Amelio. Ed è da quel momento, dal momento dell’esplosione che si portò via il Giudice Paolo e i suoi cinque angeli custodi, che comincia il mistero di quell’agenda rossa.
Un mistero, davvero.
Perchè l’agenda sparisce dalla borsa del Giudice e la borsa del Giudice viene ritrovata intatta.
Un mistero.
Perché tra la macerie e il fumo, viene immortalato un carabiniere in borghese che si porta via, subito dopo l’esplosione, la valigetta con dentro l’agenda. Eppure la valigetta viene ritrovata dentro l’auto del Giudice.
Ma l’agenda nel frattempo è scomparsa.
Un mistero, appunto.
Qualcuno ha avuto interesse a farla sparire. Qualcuno che, tra le fiamme, col puzzo di carne bruciata , tra i resti straziati dei corpi di sei Uomini, ha avuto il pensiero di sottrarre quell’agenda.

Qualcuno che molto probabilmente non si è trovato nel posto giusto al momento giusto, ma che era già li, in attesa, in agguato come un avvoltoio, ad aspettare che il Giudice suonasse a quel citofono e saltasse in aria.
Per poi entrare in azione…


Ma perché? Cosa poteva esservi scritto, su quell’agenda, di tanto importante? Chi poteva avere tanto interesse a sottrarla, ad impadronirsene, a scongiurare il pericolo che finisse nelle mani “sbagliate”?

La sparizione dell’agenda rossa assume i contorni indefiniti di un vero e propria enigma.
E per provare a capire il perché potesse essere così importante, e perché lo sia ancora oggi, occorre ripercorrere i giorni immediatamente precedenti a quel 19 luglio.
I giorni immediatamente successivi a quel 23 maggio.
Soli 57 giorni…
Fatti di indagini, di sospetti, di scoperte. Giorni in cui il nostro Giudice sentì il fiato della morte sul collo, il senso amaro del tradimento, la fredda consapevolezza che il tempo non sarebbe bastato.

Dalla strage di Capaci, in cui il suo amico fraterno Giovanni Falcone era stato ucciso, Paolo Borsellino aveva sicuramente capito che doveva fare in fretta, perché presto sarebbe stato il suo turno.
Lui sapeva di dover morire, presto. Prestissimo.
Sapeva che era stato tradito e che nessuno lo avrebbe protetto.
Sapeva di essere rimasto solo, di non potersi fidare più di nessuno.
E su quella agenda rossa aveva cominciato ad annotare quanto andava scoprendo sulla strage di Capaci, cosa emergeva dai colloqui con i nuovi pentiti di mafia.
Su quell’agenda aveva certamente cominciato a tracciare le linee di quella scellerata trattativa tra la mafia e le Istituzioni, di quegli indicibili accordi che stava scoprendo e che non avrebbe mai tollerato e questo suo volersi fermamente opporre ad essi, accelerò sicuramente la sua morte.
E su questa trattativa, su questi ignobili patti, in tanti, negli anni e ancora oggi, vorrebbero calasse il silenzio. Un silenzio omertoso, e vigliacco.

Ma noi siamo il Movimento delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino.
Siamo la verità che deve emergere, siamo il grido che si alza dal silenzio.
Noi siamo le Agende Rosse di Salvatore Borsellino.
Siamo quelli che urlano RESISTENZA, che fanno da scudo ai Magistrati che indagano sulle stragi e che lo Stato non può o non vuole proteggere.
Noi siamo quelli che pretendono la Verità, che non permettono alle Istituzioni di profanare il luogo in cui Paolo Borsellino fu fatto saltare in aria.

Noi siamo le Agende Rosse di Salvatore Borsellino e non ci fermeremo, fino a quando non sarà fatta Giustizia!


Roberta Gatani




 

 

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