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Ayala sulle dichiarazioni di Mutolo: «Minchiate gigantesche» PDF Stampa E-mail
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Scritto da Matilde Geraci   
Martedì 03 Giugno 2014 13:31
GIUSEPPE-AYALA1di Matilde Geraci - 3 giugno 2014

L’ex magistrato risponde alle accuse lanciategli dal pentito al processo Borsellino Quater e non esclude un procedimento per calunnia

In una delle ultime udienze del processo Borsellino Quater, il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, ascoltato davanti alla Corte d’assise di Caltanissetta in trasferta all’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, aveva accusato l’ex pubblico ministero Giuseppe Ayala di «avere il vizio del gioco d’azzardo e della droga», nonché di aver fatto «un favore al boss Giacomo Giuseppe Gambino», infliggendogli una condanna di soli 10 anni a fronte di oltre 50 omicidi commessi. La replica di Ayala non è tardata ad arrivare e giunge attraverso i microfoni di Radio Radicale, intervistato dall’inviato Sergio Scandura, che bolla l’escussione di Mutolo come il suo «ennesimo show».

«Ad onor di cronaca e ad onor di onestà, – afferma il giornalista in riferimento alle risposte del pentito, definite «pesanti allusioni» – questa domanda, posta nella fase di discussione testimoniale, non è stata né formulata né sollecitata dal pubblico ministero di Caltanissetta, ma posta ad hoc dall’avvocato di parte civile di Salvatore Borsellino, Fabio Repici. È proprio per questo che abbiamo scomodato Peppino Ayala». «Mi è venuto il dubbio che non fosse Gaspare Mutolo quello che parlava, ma Crozza che lo imita benissimo», ironizza l’ex magistrato. «Questo qui dice delle cose fantasmagoriche. Desidero però chiarire un piccolo particolare, che tanto piccolo non è – continua Ayala – Mutolo è un criminale mafioso, un tempo dedito a grandi traffici di eroina, parliamo di quintali di eroina, e che quindi faceva una vita da nababbo. Agli inizi degli anni Ottanta arriva sulla mia scrivania un rapporto giudiziario, abbastanza embrionale ma significativo, che riguarda questo traffico e che io sviluppo con i seguenti risultati: sbatto in galera Gaspare Mutolo e gli faccio finire la bella vita e al processo chiedo e ottengo la sua condanna a 25 anni di galera. Sfatiamo la leggenda che tutti i mafiosi sono intelligenti, se non intelligentissimi. Ci sono anche i mafiosi coglioni. Mutolo appartiene a questa categoria. Lo dico con cognizione di causa». Secondo l’ex pm del maxiprocesso, quindi, Mutolo «comincia ad inventare queste cose nei suoi confronti, che non stanno né in cielo né in terra, dopo essersi beccato la condanna».

«È notorio, tutti i miei amici lo sanno, che non ho mai nemmeno dato una boccata ad uno spinello. – prosegue Ayala – Ho avuto un rapporto molto intenso, mediato dalla mia scrivania di procuratore della Repubblica, con la droga. Voglio ricordare che mi sono occupato anche di “Pizza Connection” (la maxi inchiesta sull’enorme traffico di droga tra Italia e Stati Uniti, condotta dall’FBI in collaborazione con il giudice Giovanni Falcone, dal 1979 al 1984, Ndr). Le accuse di Mutolo sono delle minchiate di proporzioni gigantesche. Avesse detto che il mafioso mi portava belle donne, la cosa poteva avere una sua credibilità più accessibile, perché non nego che le belle donne mi sono sempre piaciute. Ma definire proprio me consumatore di droga, è una cosa degna di Crozza, non certo di un’aula di Giustizia».

In riferimento alla condanna a 10 anni inflitta al boss mafioso Gambino e motivo di una dura contestazione da parte di Mutolo, Ayala precisa che la sua fu una richiesta per quelli che erano gli atti a sua disposizione, visto che, in quanto pubblico ministero non poteva dettare la sentenza. «Quella mia richiesta è stata poi trasfusa nella sentenza della Corte d’assise, poi c’è stato il grado di appello, e infine la Cassazione. Insomma, io posso essere anche presuntuoso nei confronti di me stesso, ma non mi sono mai sognato che potessi dettare le sentenze ai giudici davanti ai quali sostenevo le accuse. Devo dire inoltre che queste accuse, che Mutolo aveva già fatto in precedenza, furono giustamente ritenute del tutto infondate e prive di riscontro dai colleghi della Procura di Caltanissetta e per questo archiviate. Ora che queste fandonie sono state reiterate, voglio vedere cosa farà la Procura nissena. La lezione di Falcone, in questi casi, non insegna l’archiviazione, ma l’apertura di un procedimento per calunnia».

Sul perché sia stato l’avvocato Repici a porre quella domanda al teste, che definisce «ad personam», Ayala preferisce non soffermarsi e lasciare agli altri le conclusioni. È pur vero che lui e Salvatore Borsellino non sono nuovi ai contrasti, finendo anche nelle aule di Tribunale. Come non ricordare la sentenza di condanna per aver commesso il reato di diffamazione aggravata nei confronti del fratello del giudice ucciso il 19 luglio 1992. Ayala, riferendosi a Borsellino, affermava che si trattava «palesemente di un caso umano» e che le domande pubblicamente rivoltegli dallo stesso con riferimento alla strage di via D’Amelio, e segnatamente concernenti un incontro al Viminale che Paolo Borsellino avrebbe avuto con l’allora ministro dell’Interno Nicola Mancino e con riguardo alla sparizione dell’agenda rossa, erano «farneticazioni di una persona che non sta bene», affetta da «problemi di sanità mentale», aggiungendo poi che «anche Abele aveva un fratello». Evidentemente non pago, nel corso dell’intervista rilasciata al giornalista Scandura, Ayala rincara la dose delle accuse: «C’è chi si fa forte con un cognome, al quale io mi alzo in piedi e mi inchino, per indossare i panni dell’esperto antimafia. Queste vicende (le dichiarazioni di Mutolo, Ndr) qualificano molto il mittente, non il destinatario. Nel maxi processo, sono stato io a chiedere e ottenere, per la prima volta nella storia della Giurisprudenza italiana, l’ergastolo per Riina, Provenzano, Calò e per tanti altri imputati importanti. Questo è Giuseppe Ayala. Cosa c’entro io con il processo per l’uccisione del povero Paolo e degli agenti di scorta?».

«Smisurata dilatazione del tema dibattimentale», secondo l’intervistatore, che, ritornando su Mutolo, motiva le sue accuse come «livore nei confronti di chi sostanzialmente l’ha fermato». Eppure, il collaboratore di giustizia non è l’unico a definire la figura di Ayala «ambigua e controversa», quanto meno alla luce di quelle quattro differenti versioni rese ai magistrati negli anni: 8 aprile 1998, 2 luglio 1998, 12 settembre 2005, 8 febbraio 2006 (per non parlare di quella fornita in un’intervista del 24 luglio 2009 per il sito affariitaliani.it, circa l’incontro tra Mancino e Paolo Borsellino. Versione completamente ribaltata appena poche ore dopo sul settimanale Sette). Ayala cade in evidenti contraddizioni in riferimento al rinvenimento e prelievo della borsa di pelle del giudice Borsellino, che certamente conteneva l’agenda rossa, mai più ritrovata. Contraddizioni che, da «magistrato integerrimo, esempio di onestà e dignità», quale lui stesso si definisce, avrebbe di sicuro contestato a qualsiasi imputato, né avrebbe accettato il trincerarsi dietro i tanti “non so” e “non ricordo”. A sconcertare, a distanza di oltre vent’anni, non sono soltanto le responsabilità, ma anche gli assordanti silenzi di chi probabilmente sa, ma continua a tacere o a rigirare i fatti come più gli conviene. Nell’udienza del Borsellino Quater svoltasi lo scorso 28 maggio, il pm Nico Gozzo ha urlato al collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo che «è arrivata l’ora di dire tutta la verità sulla strage di via D’Amelio». L’errore, che qualcuno ancora compie, è aspettarsi che quella verità ci venga detta soltanto dai cosiddetti “pentiti di mafia”. A quando i pentiti dello Stato-mafia?


da: 100passiJournal.it


l'audio dell'intervista completa

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papalagi   |2014-06-03 17:08:02
Sicuramente nell' '89 aveva un buco in banca di circa 500 milioni di
lire...
http://www.radioradicale.it/scheda/33717/3
3749-consiglio-superiore-della-magistratura-plenum -trasferimento-giuseppe-ayala

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