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Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza   
Sabato 17 Marzo 2012 16:44

Calogero Mannino, terrorizzato, avrebbe avviato il dialogo dopo l’omicidio (dimenticato) del maresciallo Giuliano Guazzelli

Alle telefonate anonime ha fatto il callo. Anche ai tentativi di incendio. Ma quando il fioraio consegna quella corona di crisantemi al portiere della sua abitazione, Mannino si spaventa di brutto. Siamo nel febbraio del ’92. Da qualche giorno, la Cassazione ha seppellito sotto una pioggia di ergastoli la manovalanza mafiosa nel maxi-processo di Palermo. Calogero “Lillo” Mannino, notabile Dc di Agrigento, unico ministro siciliano del governo Andreotti VII, capisce di essere diventato un bersaglio.

Non denuncia l’arrivo dei crisantemi, anzi, raccomanda a tutti la massima discrezione. Ma qualche giorno dopo, in un colloquio riservato, confida al maresciallo Giuliano Guazzelli: “Ora o uccidono me o Lima”. Intuizione profetica. Pochi giorni dopo, il 12 marzo 1992, Salvo Lima cade sotto i colpi dei killer, tra i viali di Mondello. Mannino, a quel punto, ha la certezza: il suo nome è in cima alla black list di Cosa Nostra. Ha paura, ma il peggio, per lui, deve ancora arrivare. Tre settimane dopo, il 4 aprile, tocca infatti al maresciallo: viene assassinato anche Guazzelli, a colpi di mitra e fucili a pompa. Perché proprio lui? È quanto stanno cercando di capire i pm di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, titolari dell’indagine sulla trattativa mafia-Stato, che provano a rileggere l’uccisione del maresciallo come un ulteriore tassello di quella strategia di morte che da Lima arriva alle stragi.

Gli inquirenti ipotizzano che l’eliminazione di Guazzelli, mai chiarita del tutto, sia stata decisa, dopo l’omicidio Lima, per lanciare un ulteriore segnale di minaccia a Mannino, dopo il verdetto della Cassazione sul maxi-processo. Questo perché il maresciallo aveva un filo diretto con l’ex ministro Dc. Ed era diventato una sorta di tramite tra Mannino e Antonio Subranni, all’epoca capo del Ros. Lo ha confermato Riccardo Guazzelli, figlio di Giuliano, rivelando quel particolare incontro, avvenuto prima ancora della morte di Lima, nel quale Mannino aveva manifestato al maresciallo la paura di finire ammazzato.


I pm di Palermo hanno chiesto l’acquisizione dei verbali del giovane Guazzelli agli atti del processo per favoreggiamento alla mafia (allargato al tema della trattativa) al generale del Ros Mario Mori e al maggiore Mauro Obinu, ma la difesa si è opposta, e il Tribunale ha rigettato l’istanza. Quei verbali, però, sono ritenuti tuttora “interessanti” per capire meglio l’origine della trattativa. Perché Guazzelli viene ucciso a pochi giorni da Lima? Toscano di Lucca, Guazzelli era sbarcato in Sicilia nel 1954, facendo la gavetta nella squadra del colonnello Giuseppe Russo, il cui vice era proprio Subranni.

All'inizio degli anni ’90, ormai investigatore di punta ad Agrigento, il maresciallo è stimato da Subranni, al punto da essere considerato un effettivo collaboratore del Ros. A quel tempo, Subranni è un interlocutore abituale di Mannino, che ha problemi relativi alla sicurezza personale. Lo racconta lo stesso Subranni alla Commissione antimafia: “Per Mannino fui interessato dal generale Giuseppe Tavormina, che mi disse che l’ex ministro aveva ricevuto minacce gravi e che vi erano stati degli incendi. Mi chiese: vuoi interessartene? Io presi contatti con Mannino ho chiesto informazioni e ho concluso che (quelle minacce, ndr) non erano di mafia, la mafia non dà alcun avviso, non si mette a sporcare lo studio a Palermo o a incendiare”.

Presto il maresciallo diventa una sorta di tramite tra il capo del Ros e l’ex ministro Dc, che in quell’inizio del ’92 vive momenti di puro terrore. Lo stesso Mannino, oggi indagato a Palermo come ispiratore della trattativa mafia-Stato, ha ammesso gli incontri con Guazzelli di quei mesi: “Frequentavo solo rappresentanti dello Stato, tra cui il maresciallo Guazzelli”. Il rapporto diventa così stretto che il figlio, Riccardo Guazzelli, viene eletto consigliere provinciale Dc, ad Agrigento, secondo i bene informati proprio in quota Mannino. È dunque per terrorizzare il ministro siciliano che viene ucciso il maresciallo? Scrive l’ex comandante del Ros Michele Riccio, grande accusatore di Mori, nelle sue annotazioni, il 13 febbraio 1996: “Sinico, confermato Subranni aveva paura della morte di Guazzelli (maresciallo) vicino a Mannino, De Donno fu fatto rientrare di corsa dalla Sicilia – Guazzelli fu avvertimento per Mannino e soci?”.
Una cosa è certa: il segnale viene recepito. Poco dopo la morte di Guazzelli, Mannino diventa frenetico: incontra più volte, a Roma, Subranni. Una volta, lo convoca insieme allo 007 Bruno Contrada. Colloqui segreti. E, soprattutto, informali. Poco tempo dopo, secondo i pm di Palermo, Mori, il vice di Subranni, contatta Vito Ciancimino, vicino al boss Binnu Provenzano, per avviare la trattativa che avrebbe, tra i protagonisti, lo stesso Mannino, autore di “pressioni per un ammorbidimento del 41 bis”. E, il 28 giugno Nicola Mancino (sinistra dc, come l’ex ministro di Agrigento) viene piazzato, a sorpresa, al Viminale al posto di Vincenzo Scotti. Per Massimo Ciancimino, da quel momento Mancino è il “garante” istituzionale della trattativa. A questo punto, ricostruiscono i pm di Palermo e Caltanissetta, il boss Totò Riina ferma Giovanni Brusca e Gioacchino La Barbera, killer sguinzagliati (lo racconteranno loro stessi) tra Palermo e Sciacca per preparare l’attentato nei confronti di Mannino. L’ex ministro viene “graziato” e al suo posto, il 19 luglio 1992, muore Paolo Borsellino, considerato un ostacolo alla trattativa. Ma chi informò Riina di questo “muro” alzato dal giudice tra i boss e lo Stato? Mistero. La storia, da qui in poi, è tristemente nota.

Agnese Borsellino rivelerà ai giudici la confidenza del marito, secondo cui il generale Subranni era “punciuto”, e cioè un “uomo d’onore”. Dopo la morte di Borsellino, il negoziato apparentemente si interrompe. Ma nel gennaio ’93, Mancino è in grado di annunciare, con sei giorni di anticipo, l’arresto di Riina, tradito – secondo il figlio di don Vito – al culmine della trattativa da Provenzano, il padrino che Mori e Obinu, due anni dopo, si lasciano sfuggire, nel mancato blitz per il quale sono oggi sotto processo. E le indagini sulla morte di Guazzelli? È sempre il Ros a imboccare la pista degli stiddari, le cosche secessioniste di Gela, molti dei quali verranno poi assolti. Si scoprirà, anni dopo, nel corso del processo, che a volere la morte del maresciallo è stata Cosa Nostra. Meglio tardi che mai.


di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (Il Fatto Quotidiano, 17 marzo 2012)










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