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Storie di resistenza antimafia - intervista a Nino Di Matteo PDF Stampa E-mail
Rubriche - Libri
Scritto da Giulia Rizzuto   
Lunedì 16 Gennaio 2012 14:47

PALERMO – Quando il sole sorge su questa città in un mattino freddo di Gennaio, di un’aria limpida (illusoriamente tersa) e intorno rischiara sereno ogni piccolo dettaglio squisitamente unico, come una fotografia antica e quasi commovente, viene difficile definire Palermo “terra disgraziata”. La città del sole e della contraddizione. Bella, seducente e disonesta donna di malaffare. Deliziosa ma vorace, “Panormus conca aurea suos devorat alienos nutrit”, divora i suoi e nutre gli stranieri. E mentre uomini piccoli come granelli di polvere sognano di divorarla a loro volta, ordigni artigianali esplodono nel Borgo Vecchio e le Fiat Uno sono ancora una volta casse da morto per giovani incaprettati, l’ufficio di un pubblico ministero è illuminato dallo stesso sole. Nino Di Matteo, Sostituto procuratore della Repubblica presso la Dda di Caltanissetta dal ’92 al ’99 e pubblico ministero della Dda di Palermo dal ’99, ha una scrivania sepolta dalle carte. Da diciotto anni lavora all’Antimafia e attualmente sono i processi sulla trattativa tra mafia e Stato ad impegnarlo. “Riservatissimo”, così lo descrivono. Ma ha da poco pubblicato con Loris Mazzetti “Assedio alla toga” (edito da Aliberti).
 

Come mai ha accettato di collaborare con Loris Mazzetti alla stesura di questo libro?

Evidentemente, già in cuor mio avvertivo che era venuto il momento di cercare di esternare con un libro, da una parte, tutta una serie di esperienze che avevo maturato nei primi vent’anni di carriera sempre dedicata alle indagini antimafia; dall’altra parte, di cercare di comunicare, nella maniera più chiara e lineare possibile, ma allo stesso onesta e leale, quelle che sono le perplessità non soltanto mie, ma di gran parte della magistratura italiana sui progetti di riforma che riguardano la giustizia e addirittura le norme della costituzione in materia di giustizia e di asserto della magistratura. Troppe volte di questi argomenti abbiamo sentito parlare senza che i cittadini che ascoltino gli interventi di politici, di opinionisti e giornalisti siano messi in condizione di comprendere di che cosa si sta discutendo e quali sarebbero gli effetti dell’approvazione di certe riforme. In certi momenti - e questo è uno dei momenti a cui mi riferisco - credo che anche il magistrato abbia non soltanto il diritto, ma forse anche il dovere di spiegare chiaramente che cosa si sta dibattendo in materia di giustizia.
 

Nel libro parla del fine ultimo di Cosa Nostra, una “pacifica convivenza con le istituzioni”. Un accordo “che affonda le radici nella storia del nostro Paese”. Quando si comincia a capire che è necessario recidere il legame tra mafia e politica?

Io credo e spero di avere fatto comprendere in questo scritto che sia fondamentale, nel più ampio contesto proprio della lotta alla mafia, dedicarsi ad un contrasto assolutamente netto, incisivo e finalmente efficace dei rapporti mafia e politica. Se lo Stato italiano non sarà in grado effettivamente di sciogliere questo nodo perverso dei rapporti tra mafia e politica non vinceremo mai la guerra contro la mafia. Probabilmente riusciremo a vincere alcune battaglie, ma saranno risultati sempre parziali e mai definitivi. Io credo che il rapporto mafia - politica sia nato con la stessa mafia. In particolare, con Cosa Nostra siciliana che avuto sempre nel suo dna - che ha tutt’ora nel suo dna - l’intento di intavolare e mantenere rapporti con la politica, ma anche con il potere più in generale. Quindi con l’imprenditoria, le istituzioni, il mondo delle professioni. Non credo che ancora, al di là delle solite esternazioni e della manifestazione di intenti, sia stato fatto granchè per recidere questo nodo mafia e politica.

 

Come si può sciogliere questo nodo? Sono le intercettazioni lo strumento principale?

Si può contrastare il perverso legame tra mafia e politica attraverso un’azione che sia parallela e congiunta da parte di tutte le istituzioni. Intanto è necessario mantenere, da un punto di vista processuale e investigativo, le armi che si sono dimostrate più efficaci per scoprire questi rapporti: il fenomeno delle collaborazioni con la giustizia, che andrebbe incentivato in maniera seria; e l’arma delle intercettazioni telefoniche ed ambientali. Però, non si può giocare questa partita soltanto sul piano della repressione giudiziaria. E’ necessario che anche il legislatore, la politica, si renda conto che, per esempio, dovrebbe prevedere strumenti legislativi più efficaci in materia di lotta alla corruzione, di lotta a tutti quei fenomeni criminali - in genere i reati contro la pubblica amministrazione - che apparentemente sono diversi rispetto al fenomeno mafioso, ma che noi sappiamo essere la chiave d’accesso, il grimaldello attraverso il quale le mafie penetrano la politica, le istituzioni, l’imprenditoria. E’ necessario che ci si renda conto di questo, che senza una seria lotta alla corruzione e al malaffare nella pubblica amministrazione finiremo per avere le ali tarpate anche nella lotta alla mafia e soprattutto ai rapporti tra mafia e politica. La lotta alla mafia e la lotta alla corruzione non possono camminare su due binari disgiunti e diversi. Sono delle battaglie che devono essere fatte in maniera coordinata, costante e integrata, altrimenti non scioglieremo mai il rapporto mafia e politica.


Spesso i partiti candidano persone indagate. Secondo Lei non dovrebbero dotarsi di un codice etico che regoli la scelta dei candidati?

Proprio perché io credo nella funzione alta della Politica, quella con la “P” maiuscola, credo che precondizione di ogni candidatura dovrebbe essere quella di evitare la possibilità che i cittadini siano rappresentati da persone che, al di là del fatto di aver commesso eventualmente dei reati, abbiano consapevolmente accettato e coltivato rapporti con esponenti mafiosi. Quindi, in questo senso, una grande opera di pulizia della politica e di riabilitazione della politica sarebbe quella di fare un passo in avanti e di riappropriarsi di questa funzione di lotta antimafia, attraverso – appunto, potrebbe essere un’idea quella del codice etico per le candidature - più in generale l’isolamento di tutto ciò e di tutti quelli che, eventualmente anche non commettendo reati, coltivano, magari soltanto al fine del sostegno elettorale, i rapporti con la mafia. Io sogno una politica che arrivando ancor prima della magistratura, delle indagini delle forze dell’ordine, sbatta la porta in faccia ai mafiosi. Io sogno una politica che non abbia bisogno dell’indagine giudiziaria per isolare quegli esponenti che, invece, vanno a braccetto con i mafiosi. Io sogno una politica come quella che in passato, in certi momenti storici, anche la Sicilia ha vissuto. Come, per esempio, nel momento in cui Pio La Torre era il segretario regionale del Partito comunista. Quella politica denunciava con nomi, fatti e circostanze le commistioni tra la politica e la mafia in Sicilia e lo faceva prima che la magistratura scoprisse quei legami. Lo faceva a prescindere dall’indagine della magistratura.

Oggi, invece, nella migliore delle ipotesi, di fronte a un’indagine della magistratura la politica, quando non attacca i magistrati, è solita prendere questa posizione: aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso, aspettiamo il passaggio in giudicato dell’eventuale sentenza, vediamo come finisce l’indagine della magistratura. In questo modo la politica, sostanzialmente, rinuncia ad un controllo sulla responsabilità etica, deontologica, politica che invece dovrebbe essere proprio della funzione alta che essa ha. Non si può demandare il contrasto a certi fenomeni soltanto all’indagine penale, non deve e non può esistere soltanto una responsabilità di tipo penale. Alla responsabilità di tipo penale si dovrebbe affiancare e si dovrebbe fare valere, quando c’è, una responsabilità di tipo politico, una responsabilità di tipo deontologico. Una responsabilità che non coincide necessariamente con la responsabilità penale. Di fatto, negli ultimi anni in Italia l’unico profilo di responsabilità che sembra possa essere fatto valere nei confronti di determinati comportamenti è quello penale. E allora non è la magistratura, come spesso si sente dire, ad aver invaso il campo della politica o ad avere invaso altri campi in generale. Sono gli altri che, facendo un passo indietro in tema di controllo della legalità, hanno demandato tutto ed esclusivamente all’indagine penale e quindi all’operato della magistratura. Forse si dovrebbe recuperare il senso altamente etico della responsabilità politica come profilo di responsabilità che non coincide necessariamente con quello della responsabilità per un reato eventualmente commesso. Se io sono un politico e, consapevole di ciò che faccio, vado a braccetto nel corso principale del paese con il capo mafia, non sto commettendo un reato per il solo fatto di andare a braccetto con il capo mafia. Non posso essere giudicato colpevole di un reato. Però, in quel momento io sto rafforzando l’immagine, il prestigio e la forza di quel mafioso e della mafia in generale. Anche se non ho commesso un fatto che comporti una responsabilità giudiziaria, penale, io credo che quel fatto dovrebbe essere censurato sotto il profilo di una responsabilità di tipo politico. E’ quello che in Italia purtroppo oggi manca.

Sono molte le notizie che quotidianamente vedono uomini politici coinvolti in reati contro la pubblica amministrazione. Corruzione, concussione, abuso d’ufficio. Insomma, oramai non fa più notizia. Sembra quasi la normalità…
Questa constatazione che lei sta facendo, che condivido nella sua oggettività, è quello che più ci deve preoccupare. Cioè l’assuefazione del Paese a una determinata gestione del Potere che preveda come normale il ricorso alla corruzione, alla clientela, alle tangenti, alle cricche, alle lobby. E’ proprio questo l’andazzo che dev’essere contrastato ed è urgente che ci si renda conto di questo, perché altrimenti rischia di consolidarsi quell’abitudine e quell’assuefazione a questo andazzo che finirebbe per “legalizzare” l’abuso del potere, l’esercizio di un metodo mafioso (basato sui rapporti di appartenenza ad un ceto, ad una classe, ad una lobby), piuttosto che di un metodo effettivamente democratico nella gestione del potere. Anche la mia consapevolezza di cercare un minimo di contribuire, magari gettando un sasso nello stagno, a dibattere su questi problemi in un momento in cui sembra diffondersi la rassegnazione e l’assuefazione mi ha spinto a scrivere questo libro.


Un’ultima domanda, dottore. Giusto perché si parla spesso della Francia. Nel 1748 Montesquieu teorizzava la separazione dei poteri. Eppure, il potere giudiziario francese non sembra vivere della stessa indipendenza di quello italiano. Allora perché, come molti affermano, il sistema giuridico francese sarebbe migliore di quello italiano?

Il paradosso che stiamo vivendo negli ultimi anni è questo: molti sistemi giuridici e l’opinione pubblica di molti Paesi europei o occidentali in genere guarda al sistema italiano come a quello a cui ispirarsi per avere una giustizia più efficiente e soprattutto una giustizia veramente uguale per tutti. Molti invidiano all’Italia, per esempio, l’indipendenza della magistratura e soprattutto degli organi del pubblico ministero. Mi è capitato di parlare con colleghi francesi che lamentano il collegamento troppo forte che c’è tra il pubblico ministero e l’esecutivo in Francia e aspirano ad un sistema come quello attuale italiano per potere più efficacemente combattere i crimini dei colletti bianchi francesi, le corruzioni dei politici, dei funzionari dello Stato e i reati tipici della casta. Il paradosso è che, invece, in Italia in questo momento, attraverso la riforma costituzionale della giustizia e tutta una serie di riforme, si vorrebbero creare le basi e i paletti per rendere più cogente, più pressante, il controllo dell’esecutivo sugli uffici del pubblico ministero. Quindi, viviamo una situazione per certi versi veramente parossistica. Così come quando tutti i Paesi evoluti invidiano l’organizzazione italiana in materia di sistema di lotta alla mafia e invece noi discutiamo di modificare, per non dire in qualche modo inaridire, gli strumenti che ci hanno consentito i passi in avanti più importanti nella lotta alla mafia: il pentitismo e le intercettazione.

A me tutto questo sembra veramente paradossale.

da: resistenzantimafia.blogspot.it

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