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Rubriche - Le vostre lettere
Scritto da Nino Di Matteo   
Giovedì 21 Luglio 2011 19:18

"Quando qualche settimana fa Salvatore Borsellino mi ha proposto di scrivere una lettera al fratello Paolo e di leggerla il 19 luglio in via D’Amelio, nel mio cuore si è subito scatenato un putiferio di emozioni, di sentimenti, di ricordi.

Ho subito avvertito la consapevolezza di non essere in grado di esprimere in poche righe tutto ciò che mi porto dentro fin da quando ero un giovane studente universitario. Un giovane che come tanti altri coetanei siciliani ha visto in te, giudice Borsellino, nell’impegno e nel coraggio tuo e degli altri magistrati del pool antimafia, il simbolo del nostro riscatto.

Quel vento di pulizia, di moralità, di legalità, che ai miei occhi avrebbe spazzato via per sempre l’insopportabile immagine di una Sicilia legata inevitabilmente e in eterno alla mafia, alla violenza, al tanfo del compromesso e della rassegnazione.

Oggi dopo tanti anni, con un po’ di imbarazzo, mi sento di confidartelo pubblicamente. Ho iniziato a coltivare il sogno di fare il magistrato, di farlo in Sicilia, di occuparmi di indagini e di processi di mafia, spinto essenzialmente dalla forza del tuo esempio. Per la passione civile che traspariva dall’impegno di giudici che dedicavano la loro vita a un nobile idelae. Ero giovane, idealista, sprovveduto, ma capivo fin da allora quanto questa nostra bellissima e terribile terra osteggiasse il vostro lavoro.

Quanto fosse colpevolmente indifferente al vostro sacrificio personale, maledettamente diffidente nei vostri confronti. Ero giovane, ma cercavo di sentire, di capire, di respirare gli umori di questa città. Intuivo la strisciante ostilità perfino di tanti tuoi colleghi, tanti avvocati, imprenditori, politicanti di vario livello, finti bempensanti di ogni specie che conosideravano – e lo dicevano in giro – te e Giovanni Falcone giudici protagonisti alla ricerca di una inutile notorietà. Magistrati che vivevano la loro vita blindata come un privilegio da esibire, mentre invece, secondo loro, perseguivano interessi di carriera o peggio ancora finalità politiche.

Ricordo perfettamente la mia rabbia di allora. E non dimentico neppure oggi che quelli che ti osteggiavano ed isolavano quando eri ancora vivo adesso fingono di onorare la tua memoria mentre continuano a fare, nei confronti di altri magistrati, ciò che hanno fatto cone te.

Puoi soltanto immaginare la mia felicità quando, superato il concorso e intrapreso il tirocionio in procura, ebbi modo di conoscerti, di stringerti la mano, di respirare la passione che traspariva da ogni cosa che facevi. Quando parlavi con i colleghi di indagini di mafia. O come quando, come presidente dell’Associazione nazionale magistrati distrettuale, ti accendevi di sacro furore perché i magistrati, tutti i magistrati, fossero realmente autonomi e indipendenti.

In quella primavera del 1992 mi sembrava di avere toccato il cielo con un dito.

La strage di capaci spezzò quell’incantesimo. La tua uccisione, quella strage tanto preannunciata da apparire assurda nella sua effettiva realizzazione, mi gettarono nello sconforto, nell’angoscia, nella disperazione.

Senzazione e sentimenti ch notai negli occhi e percepii nella parole di tanti colleghi che come io stesso avevo fatto spinto dalla molla di un istinto irrazionale, recandomi al palazzo di giustizia subiuto dopo la strage, affollavano inebetiti i corridoi della procura della Repubblica in quella drammatica sera del 19 luglio. Mai avrei potuto immaginare che pochi anni dopo, per un imprevedibile gioco del destino, sarei stato chiamato ad occuparmi delle indagini e dei processi che riguardavano la tua uccisione. Quella strage che aveva spazzato via il tuo corpo, ma non il tuo pensiero, il tuo ideale. L’indagine ed i processi per la strage mi hanno consentito di vivere un’esperienza umana forte, indimenticabile. Ho visto negli occhi tanti di quelli che hanno decretato ed eseguito la tua uccisione e ogni volta dentro di me ho pensato a te. Ho interrogato centinaia di persone, indagati, imputati, testimoni. Ho letto e studiato i tuoi provvedimenti, i tuoi interventi, le tue testimonianza pubbliche, e ogni volta ho scoperto la grande umanità, la forza morale e religiosa che si accompagnava alla tua professionalità e indipendenza. Da giovane e inesperto magistrato avrò forse commesso alcuni errori, ma ho sempre dato tutto per cercare insieme ai miei colleghi la verità. Sono orgoglioso che ancora oggi decine di condanne definitiva all’ergastolo che ho chiesto e ottenuto nei confronti di esecutori mafiosi della strage non vengano neppure messe in discussione.

Sono soprattutto orgoglioso perché quelle sentenze, grazie anche al mio piccolo contributo, attestano – sulla base di concrete acquisizioni – che la tua morte è stata probabilmente voluta, di certo aiutata, da altri estranei all’area militare di Cosa nostra. Quelle sentenze, quel lavoro di tanti oscuri magistrati, spesso giovani e inesperti, costiruiscono ancora la base delle indagini più attuali a Caltanissetta e a Palermo.

In tanti, giudice Borsellino, vorrebbero definitivamente chiudere quel capitolo. Non si illudano. Fino a quando ci sarà anche un solo spiraglio da approfondire, una sola porta da aprire per ricostruire tutta la verità, i magistrati non lesineranno impegno, coraggio e sacrificio. Costi quel che costi, anche eventualmente l’emergere di verità scomode per le istituzioni che rappresentiamo. E questo ciò che possiamo e dobbiamo fare per onorare la tua memoria.

I questi lunghi 19 anni, giudice Borsellino, molte cose, tante situazioni che ti facevano indignare sono rimaste eguali. Forse anche peggiorate. I rapporti tra la mafia e la politica sono continuati, e la loro repressione, la risoluzione di questa piaga mortale, continuano ad essere affidati esclusivamente all’azione della magistratura. Alla possibilità di configurazioni di reati, come se nei reati si esaurisse il disvalore dell’abbraccio mortale tra la mafia e il potere.

La politica non ha fatto nulla per emendarsi e liberarsi per sempre dalla contaminazione criminale. La corruzione dilagante nel nostro paese sta diventando sistema, viene ormai disinvoltamente accettata come inevitabile corredo all’esercizio del potere. Nessuno, al di là delle vaghe parole, sta facendo nulla per porre finalmente un argine ad un fenomeno che grava sempre più sugli onesti e sui più deboli.

I valori costituzionali, e primo fra essi quelli della separazione dei poteri e dell’eguaglianza di tutti davanti alla legge, sono messi in pericolo da leggi e da riforme che di epocale hanno solo l’evidente scopo di trasformare la magistratura in un ordine servente rispetto alla politica, al governo di turno, ad un potere che vogliono esercitare senza limiti e contrappesi. Dobbiamo resistere. E, con le armi del diritto, del coraggio e dell’onestà intellettuale, dobbiamo fare di tutto per fare comprendere ad ogni cittadino il pericolo che si sta profilando. Dobbiamo faflo. Tu, giudice Borsellino, lo avresti fatto. Ti saresti battuto come un leone per questa causa. Ti saresti esposto come hai sempre fatto quando fiutavi che qualcuno o qualcosa mettesse in pericolo quei valori di vera giustizia che hai incarnato fino all’ultimo tuo respiro.

Un’ultima cosa voglio dirti, caro Palolo: non ne posso più della stucchevole questione se la tua morte sia servita a qualcosa o sia stata inutile. Guarda tutta questa gente, i giovani, gli anziani, gli uomini, le donne di tutta Italia. Quelli che ancora oggi si emozionano ricordandoti. Quelli che si ispirano nell’impegno quotidiano al tuo impegno. Quelli che hanno trovato il coraggio di sollevarsi dalla rassegnazione guardando al tuo coraggio. Guarda da lassù i tanti italiani, sono di più di quelli che appaiono, che nel silenzio delle coscienze continuano a lottare  come tu hai loro insegnato. Ti accorgerai che in ciascuno di loro, in ciascuno di noi, vive ancora la tua anima."


Nino Di Matteo






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Ettoremar  - Video del discorso di Di Matteo   |2011-07-30 09:27:36
http://youtu.be/2ZEiYXQ-VA8

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