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Cara Francesca, ne vale la pena! PDF Stampa E-mail
Rubriche - Le vostre lettere
Scritto da Giulia Heuser   
Giovedì 30 Giugno 2011 09:42

Cara Francesca,

a undici anni i miei genitori hanno deciso di trasferire la famiglia da Londra a Firenze. Per anni mi sono sentita disorientata , mancante da un’identità culturale in cui sentirmi rappresentata. Del resto c’era l’imbarazzo della scelta, passaporto americano cognome tedesco, certificato di nascita inglese, residenza italiana. Non mi ricordo bene com’è cominciato il mio senso critico. A 13 anni però ricordo che camminavo per le strade di Firenze, coloratissima perché invasa dal social Forum, avvolta in una bandiera della pace.  Forse sono andata troppo indietro, fatto sta che negli anni, fino ad ora, a questi stessi giorni, in questa bellissima Calabria, ho capito che a me è stato dato un dono prezioso, quanto raro: la possibilità di costruire la mia identità culturale e geografica. Un cocktail unico in cui io posso scegliere gli ingredienti  e cosi oltre ai colli toscani e i portici bolognesi, ho cominciato a metterci dentro il calore siciliano, sia quello del sole, sia quello delle persone. Le estati a Corleone mi hanno aperto gli occhi e il cuore ad una forza interiore, unita all’umanità, alle fierezze e la semplicità dei contadini che lavoravano la terra confiscata a Cosa Nostra.

 

Ho percepito qualcosa di cui volevo essere parte, una lotta che mi faceva scorrere forte il sangue nelle vene. Una forte convinzione definito, ripetuta, attraverso l’insegnamento semplice dei contadini e le vite che cominciavo a conoscere con la mie letture di grandi uomini dello Stato, vivi e uccisi. E cosi, come una investitura invisibile, avvenuta da qualche parte tra Via D’Amelio, Capaci, Partinico e Corleone, per le strade di Palermo ho sentito come un dovere  di partecipare al cambiamento, alla RIVOLUZIONE CULTURALE fondata sulla Giustizia che vedevo realizzarsi intorno a me. La Giustizia come offerte di un’alternativa, come concreta solidarietà, come libertà di scegliere la vita che si vuole vivere.

 

E così, a volte, mi sembra di avere come un lontano ricordo di aver parlato con Peppino Impastato, di aver visto Falcone in un’aula di Tribunale, di aver chiacchierato con Paolo Borsellino, di aver discusso con loro della bellissima Italia. Ed eccomi a Lamezia Terme, spinta ancora una volta dalla voglia di sentire la possibilità di riuscire a toccare da vicino, con la mano, questa lotta. E la vedo, la vedo tutta intorno a me. L'ho vista nelle linee conosciute del volto dei nostri magistrati Giancarlo Caselli, Antonio Ingroia e Nicola Gratteri, uomini prima di tutto, e grandi magistrati. L'ho sentita negli applausi che hanno sostenuto ed accolto le pesantissime accuse e denunce contro le responsabilità che lo Stato e la nostra classe politica non si prendono. L'ho vista nella faccia dei giovanissimi che ascoltavano attenti la storia di Peppino Impastato raccontata dal fratello Giovanni. L'ho vista nella cuoca del monastero che ha ospitato tutti i visitatori, Pina, che mi bacia la fronte e mi dice che si deve fare del bene perché solo così si lascia qualcosa che continua a crescere dopo di noi, e che crea altro bene. L'ho percepita negli occhi brillanti dei ragazzi di Lamezia che hanno organizzato insieme a Grasso questo festival e che sono stati felici di mostrarmi una Calabria diversa da quella dei giornali. L'ho vista nei sorrisi dei ragazzi di Addio Pizzo di Palermo e nel dolore dei parenti di vittime di mafia che trovano la forza di testimoniare e raccontare per non dimenticare mai. L'ho sentita in me, una delle poche studentesse del nord, che ha fatto così finire anche un pezzo di Calabria nel mio cocktail identificativo. Un altro pezzo di bellissimo intenso Sud, io credo nel nostro potenziale. Io la vedo l’Italia migliore, quella che non appare in tv.

Vedo un’Italia preparatissima, competente, appassionata. Nella mia testa si rinnova la convinzione che NE VALE LA PENA.  Ne vale la pena essere parte, perché questa umanità è qualcosa che và oltre le differenze, ciò che ci unisce è il ripudio dell’oppressione (anche culturale) della mafia e la voglia di fermarlo, di superarla. Di mostrare come ciò in cui crediamo attraverso l’intelligenza la cultura. 

Noi siamo l’UNITà  di Italia. Abbiamo intrecciato i nostri fili e dei pezzi di Italia si sono avvicinati grazie a noi. L’Italia non è solo la nostra generatrice (acquisita nel mio caso) sarà anche la nostra creatrice e finchè vedrò giovani di regioni diverse si accoglieranno con il sorriso, so che ce la faremo a trasformare l’Italia.

Tu hai ringraziato me, io ti sono profondamente  grata per l’accoglienza che mi hai mostrato che è emersa dalla tua terra, scusa la NOSTRA terra. Io sono italiana, ergo i problemi dei siciliani, calabresi, i virus che si diffondono al nord, sono problemi anche miei. E il mio impegno deve essere doppio in quanto ho avuto un’immensa  fortuna  di vivere immune fino ad oggi. Non ho mai subito quello che immaginavo essere il trauma di stare attenti a ciò che si dice  e non si dice. I miei genitori non sono mai stati minacciati …. Per questo il mio impegno non solo è dovuto, ma deve essere intenso. Percepisco una co-responsabilità nell’ affrontare problemi che affliggono la terra meridionale e un dovere morale di far capire che la mafia si è silenziosamente instaurata in tutta Italia.

Grazie per avermi dato un altro pezzo di Italia, grazie Francesca per la tua determinazione. L’ho vista una CALABRIA BELLISSIMA, forte, dignitosa. Spero che ci incontreremo, ma so anche che, pur non vedendoti, starai trasformando e nutrendo questa nostra bellissima Italia, con i valori, la determinazione e la semplicità che uomini come Paolo Borsellino ci hanno lasciato.

 

Buona strada

Giulia



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