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Home Rubriche La prefazione di Marco Travaglio a "Roba Nostra" di Carlo Vulpio
La prefazione di Marco Travaglio a "Roba Nostra" di Carlo Vulpio PDF Stampa E-mail
Rubriche - Libri
Scritto da Marco Travaglio   
Martedì 17 Giugno 2008 14:21
 
 
 di Marco Travaglio


Siccome Cristo continua a fermarsi a Eboli, anche a causa degli eterni lavori sulla Salerno-Reggio, ci voleva proprio un libro che raccontasse per filo e per segno quel che è accaduto, sta accadendo e accadrà in Calabria e in Lucania, con qualche puntata a Milano, ma soprattutto a Roma. Perché è in queste due regioni del Sud, dimenticate da Dio e dagli uomini, ma non dai politici né dai ladri, che si sta sperimentando un nuovo modello di Tangentopoli. Più trasversale, più subdola, più imprendibile. La Tangentopoli che ha sostituito alle mazzette il conflitto d’interessi. Anche perché non si sa più a chi portarle le mazzette. Quelle andavano bene quando, almeno sulla carta, c’erano i controllori e i controllati.
E i controllati dovevano consegnare valigette piene di contanti, o bonificare miliardi estero su estero ai controllori perché chiudessero un occhio, o tutti e due. Nel sistema del conflitto d’interessi, il controllore e il controllato sono la stessa persona, o parenti, o soci in affari.
Sarà un caso, ma fino a pochissimi anni fa nelle procure di Potenza e di Catanzaro tutto (o quasi) taceva. Mentre, sull’onda di Mani Pulite, un po’ tutte le procure d’Italia si davano un gran daffare, lì non si muoveva praticamente foglia.
Dovettero arrivare due pm da Napoli, per muovere un po’ le acque. E divennero subito famosi. Henry John Woodcock a Potenza e Luigi de Magistris a Catanzaro. Smania di protagonismo?
No, voglia di lavorare senza guardare in faccia nessuno. Stando al casellario giudiziario, Reggio Calabria e provincia hanno avuto negli ultimi vent’anni un solo condannato per concussione e due soli condannati per corruzione.
Avete capito bene: tre tangentari condannati in vent’anni, in una zona dove basta avere mezza diottria per vedere il malaffare a occhio nudo. Poteva de Magistris, un pm che indaga, passare inosservato? No che non poteva. Infatti alla fine il Csm l’ha trasferito per incompatibilità ambientale e funzionale. E forse è vero: de Magistris è incompatibile.
Ma non con la Calabria, con l’Italia: un pm che indaga, nel 2008, è meglio fermarlo subito.
Lo stesso vale per Clementina Forleo, gip pugliese in servizio a Milano. Laurea e concorso a pieni voti, le avevano sempre detto che era bravissima: almeno finché non ha messo nero su bianco sei nomi – D’Alema, Fassino e Latorre dei Ds, Grillo, Comincioli e Cicu di Forza Italia – nella famosa ordinanza sulle scalate illegali Unipol-Bnl, Bpl-Antonveneta e Ricucci-Rcs. Apriti cielo. Incompatibile anche lei. «Due cattivi magistrati», per dirla con la consigliera comunista del Csm Letizia Vacca, abituata a emettere sentenze prima di avviare i processi. Due magistrati così diversi, ma accomunati negli stessi mesi dagli stessi destini dovuti agli stessi motivi: aver toccato sia la destra sia la sinistra, non essersi coperti le spalle con appoggi correntizi, non aver ascoltato gli amorevoli consigli di farsi i fatti propri, aver denunciato pubblicamente le pressioni subite anziché lasciarsi massacrare in silenzio.

Roba Nostra di Carlo Vulpio è un mirabile affresco di questo Paese alla rovescia, un’appassionata radiografia di quel che non va e del perché non va. Non condivido alcuni suoi giudizi, per esempio sull’imparzialità del pool Mani Pulite o sul caso Petruzzelli, ma questi ormai sono dettagli. Il suo libro ha il pregio di collegare i fili della recente storia politica, giudiziaria, affaristica ed editoriale. Alti e bassi, magistrati che passano le loro giornate a sabotare le indagini dei pochi colleghi che lavorano bene, nel silenzio di una corporazione sempre più imbalsamata nelle sue decrepite correnti.
Politici che infilano mogli, figli, figliastri, portaborse e amanti nelle società finanziate col denaro pubblico che essi stessi erogano e incassano, facendo di Cetto Laqualunque un pericoloso dilettante. Parlamentari e ministri che si difendono dai processi anziché nei processi, esportando a 360 gradi il modello berlusconiano. Giornalisti che si voltano dall’altra parte, ben felici di farsi imbavagliare, anzi di prevenire gli ordini superiori con l’autocensura. Imprenditori, anzi prenditori, che non hanno mai conosciuto il libero mercato e vivono appesi alle sottane del potere in attesa di un favore, un finanziamento, una spinta. Controllori che si confondono con i controllati, poteri e contropoteri che si miscelano e convivono in un unico grande blob caramelloso, fraternizzando nelle stanze di compensazione delle massonerie ufficiali e ufficiose e dei comitati d’affari che si fanno scudo col papa e il padreterno.
Ci sono storie comiche, come quella dei bachi da seta parastatali che non han mai prodotto un filo di seta, ma hanno ingrassato tasche eccellenti. E storie tragiche, come quella della ragazza scomparsa Elisa Claps e dei fidanzatini di Policoro morti ammazzati, frettolosamente sepolti sotto coltri di sabbia da magistrati tutt’altro che incompatibili, anzi compatibilissimi con l’ambiente politico, giudiziario, affaristico.
Perché – come dimostra Carlo Vulpio – cadono le repubbliche, cambiano le maggioranze, ma le differenze fra destra e sinistra evaporano. Quel che non è riuscito a fare Berlusconi lo fa Mastella e quel che non è riuscito a fare Mastella lo farà Berlusconi. Non che destra e sinistra siano uguali: sono complementari. Il Cavaliere aveva sbagliato tutto, quando pensava di vincere la guerra contro la giustizia attaccando la magistratura: bastava blandirla, la magistratura, comprarsela a suon di incarichi e inviti alla pacificazione, come insegna la pax mastelliana. Normalizzare la magistratura non contro i giudici, ma d’accordo con i giudici. In fondo, come diceva Leo Longanesi, in Italia le rivoluzioni si fanno d’accordo con i carabinieri. Funziona molto meglio e non protesta nessuno.
A far fuori de Magistris non è stato mica Mastella: decine di interrogazioni parlamentari e tre anni di ispezioni ministeriali (sguinzagliate prima da Castelli, poi dal suo quasi omonimo) han preparato il terreno, facendo capire i desiderata del potere. Ma poi, a scippare l’indagine Poseidone, è stato il procuratore capo Mariano Lombardi, il cui figliastro è socio del principale indagato. Ad avocare l’inchiesta Why Not è stato il procuratore generale Dolcino Favi. A indagare surrettiziamente su de Magistris è stata la procura di Matera, che s’è inventata per l’occasione un’arditissima imputazione di «associazione per delinquere finalizzata alla diffamazione» del sindaco intoccabile Nicola Buccico, per poter intercettare giornalisti (tra cui Vulpio) e investigatori che parlavano col pm di Catanzaro. A trasferire de Magistris è stata l’apposita commissione del Csm, all’unanimità: membri laici e togati, di destra e di centro e di sinistra. La politica ha lasciato che la magistratura si normalizzasse da sé, occupandosi poi di assicurare a tutti i politici inquisiti l’immunità dalle intercettazioni e poi la riconferma in Parlamento, con relativa immunità-impunità. Bubbico, De Filippo, Gozi, Galati, Cesa, Pittelli, Margiotta… Le famose «liste pulite». Sullo sfondo, ma nemmeno poi tanto, una colata di 100 miliardi di euro che sta per piovere sull’Italia meridionale nei prossimi cinque anni, di cui 12 solo in Calabria.
Il pessimismo che trasuda dal libro è temperato da alcuni elementi di speranza concreta. Intanto, la partita non è ancora chiusa. La Forleo non è stata ancora trasferita e si difende con le unghie e coi denti. De Magistris ancora attende il verdetto della Cassazione, che potrebbe anche ribaltare la scandalosa sentenza del Csm. Anche perché, come lo scandalo delle «toghe lucane» è stato smascherato dal pm di Catanzaro, quello delle «toghe calabresi» potrebbe essere presto scoperchiato dalla procura di Salerno, dove due valorosi magistrati stanno chiudendo una serie di indagini delicatissime sul presunto complotto ai danni di de Magistris.
Che, se fosse dimostrato, costringerebbe molte Signorie Illustrissime a vergognarsi finché campano.
E ancora, a indurre all’ottimismo, ci sono i volti dei ragazzi di Ammazzatecitutti, ora Trasferitecitutti, che in poche settimane han raccolto centomila firme in difesa di un magistrato, de Magistris, in una terra difficile come la Calabria.
E uomini e donne coraggiose come Salvatore Borsellino e Sonia Alfano, che li hanno adottati in una staffetta ideale tra le vittime di mafia di ieri e di oggi. E il blog di Beppe Grillo, che ha dato loro voce e spazio. E poi i magistrati perbene come Alberto Iannuzzi, Rocco Pavese, Vincenzo Montemurro (che ha dovuto lasciare Potenza per aver denunciato una collega poi indagata e trasferita, e perciò divenuto – paradossalmente – incompatibile anche lui). O come Antonio Ingroia, Felice Lima, Raffaello Magi e Marco Del Gaudio, tra le poche toghe a esprimere solidarietà a Luigi e Clementina. Trasmissioni come Chi l’ha visto? e Annozero, che hanno illuminato le vicende calabro-lucane impedendo che si spegnessero in silenzio. Giornalisti come Carlo Vulpio, Franco Viviano, Federica Sciarelli, Antonella Grippo, Antonio Massari, Chiara Spagnolo, Gianloreto Carbone, Nicola Piccenna, Nino ed Emanuele Grilli, Pierre Chiartano, Alessio Di Palo, Enrico Fierro, che hanno continuato a raccontare quelle storie su testate nazionali e locali, spesso al prezzo di perquisizioni, intercettazioni, sequestri. Investigatori come il capitano Pasquale Zacheo e il consulente Gioacchino Genchi, cioè il braccio destro e quello sinistro di de Magistris, cacciati in malo modo insieme con lui. Preti coraggiosi come don Marcello Cozzi, che tengono viva la memoria. È grazie a loro se la persecuzione contro Forleo e de Magistris non è rimasta chiusa fra le quattro mura, ma è stata portata alla luce, sotto gli occhi di chiunque volesse vedere e capire.
Nessuno, grazie anche a questo libro, potrà più dire di non aver saputo.
Tratto da "Roba nostra. Storie di soldi, politica, giustizia nel sistema del malaffare" di Carlo Vulpio, edito da il Saggiatore - copyright il Saggiatore 2008. Per gentile concessione dell'editore.
 
 


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