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Mafia, il super killer racconta i segreti d'Italia PDF Stampa E-mail
Documenti - I mandanti occulti
Scritto da Edoardo Montolli   
Giovedì 02 Settembre 2010 14:06


Il giornalista Edoardo Montolli intervista Vincenzo Calcara

1 gennaio 2007. Arriva alla rotonda sgommando. Inchioda. Scende dall’auto e si guarda intorno. Mi stringe la mano con un sorriso nervoso:”Via libera. Possiamo andare”. E’ passato appena un mese da quando la moglie ha trovato nella casella della posta una busta di plastica con dentro sei pesci e cinque proiettili. Come dire: sappiamo dove siete. Possiamo uccidere te e i tuoi figli. Un linguaggio mafioso. Un linguaggio che lui conosce bene. Vincenzo Calcara lo ha usato per dodici anni. Fino a quando è stato un killer di Cosa Nostra.

Talmente bravo che a lui avevano affidato il compito di uccidere il giudice Paolo Borsellino. “Era il 1991. Decisi di collaborare e chiesi di parlargli. Glielo dissi in faccia: vede, io sono quello che doveva ammazzarla. C’erano pronti due piani. Uno prevedeva che le sparassi con il fucile di precisione. Il secondo un’autobomba”. Borsellino apprezzò la sincerità. Riuscì a farlo trasferire dal carcere di Palermo per proteggerlo dalla vendetta. E prese appunti. Da allora sono passati quindici anni. Il giudice fu ucciso in via D’Amelio pochi mesi dopo. Gli appunti sparirono. L’inchiesta si fermò. Eppure le rivelazioni di Calcara sono ancora tutte da raccontare. Ci stanno in parte provando i pm Luca Tescaroli e Maria Monteleone di Roma, che hanno riaperto il caso della morte del banchiere Roberto Calvi, trovato morto sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra la mattina del 18 giugno 1982. Dopo anni passati a vagliare l’attendibilità oggi, mentre si indaga sulle sue confessioni esplosive che vanno dal caso Calvi all’attentato al Papa fino all’agenda di Borsellino scomparsa il giorno della strage, Calcara vive senza protezione.

Assoldato dal boss

Gira col suo nome nonostante da due anni chieda che gli vengano cambiate le generalità. Testimonia in aula in delicatissimi processi. E soprattutto, dopo la recente minaccia che colpisce lui, la compagna e le loro quattro figlie piccole, è incredibilmente ancora lì. In quella casa. Costretto a muoversi ancora come un fantasma, ma per altre ragioni. Come se lo Stato se lo fosse dimenticato. Se non fosse per l’aiuto, anche economico, fornitogli dalla famiglia Borsellino, proprio quella famiglia che avrebbe dovuto decapitare al vertice, le sue verità sarebbero probabilmente sepolte da un pezzo. Sotto tre metri di terra. “Io sono un uomo d’onore - dice -, non mi tirerò mai indietro dalle promesse fatte al giudice”.
L’auto si ferma davanti a una piccola casetta. Siamo in un salotto angusto, dove la moglie di Calcara custodiva le pistole - regolarmente registrate con tanto di porto d’armi - per difendere i figli e che Vincenzo le ha fatto restituire. Simuliamo tutti una serenità che non c’è. E cominciamo un’intervista quasi surreale, con dichiarazioni che portano ai confini della fantapolitica, ma dannatamente corroborate da documenti impilati, pagina dopo pagine, uno sull’altro.
Alza le spalle e si schiarisce la voce. “Come iniziò? Be’ da piccolo. Abitavo a Castelvetrano, provincia di Trapani, a trecento metri dalla casa di Francesco Messina Denaro. Fu lui a mettermi alla prova, a 17 anni, dopo che avevo rubato oro e fucili in una villa. Fu quello il vero battesimo. Perché lì iniziò la fase di studio di Cosa Nostra di cui sarei diventato uomo d’onore nel 1979”. Periodo di prova nella mafia significa tacere e compiere reati. Delitti. I magistrati ne conteranno cinque. “Mi allenavo spesso al poligono. Ero bravo.” Il suo destino è segnato però dall’omicidio del commerciante Francesco Tilotta.

L’incontro con Marcinkus

Dopo la condanna in appello a quindici anni, Calcara viene sottoposto a sorveglianza speciale. Nonostante questo riesce a entrare in un posto delicatissimo. “Andai a lavorare all’aeroporto di Linate, alla dogana. Nel 1981. Avevo il compito segreto di smistare la morfina e l’eroina proveniente dalla Turchia”. Lo fa assumere Michele Lucchese, politico e imprenditore di Paderno Dugnano, nel milanese, che, come spiegano le sentenze, era uomo di sicura estrazione mafiosa. “Di più - aggiunge – Era il figlioccio di Francesco Messina Denaro. E io vivevo da lui”. Calcara diventa un soldato. Il figlio di Francesco, Matteo, che da ragazzino difese dai bulli, è considerato l’erede al trono di Bernardo Provenzano. L’intreccio spiega tutto.
Ed è proprio qui, a Paderno, dal Lucchese braccio destro di Messina Denaro, che Calcara, pur non essendo un boss, assiste a riunioni di vertice. “Portavo il caffè, sorvegliavo la situazione. Poi Lucchese mi diceva tutto, per me era come un padre. Un giorno mi esorta ad andare a Castelvetrano insieme ad un maresciallo amico suo. Lì avrei trovato gli ordini da eseguire”.
Gli ordini sono un viaggio da fare a Roma, portando con sé due valigie. “Una era aperta, piena di banconote da centomila lire. In tutto, seppi poi, si trattava di dieci miliardi. A Fiumicino ci vennero a prendere due auto scure del Vaticano. C’erano un cardinale, poi c’era monsignor Paul Marcinkus e un notaio. Andammo a casa di quest’ultimo. Io attesi in macchina. Venti minuti più tardi arrivò un tipo calvo, coi baffi. Non sapevo chi fosse, ma lo avevo già visto a Linate, dove era giunto con l’aereo privato per incontrare Lucchese, per poi essere portato in un albergo. Tornato a Paderno, lo dissi a Lucchese: “C’era il tipo dell’altra volta”. E lui mi fece un sorriso: “sei fisionomista”. Mi spiegò che quello era Roberto Calvi e che avrebbe investito i dieci miliardi della “Famiglia” ai Caraibi e in Venezuela”.
Di certo in questa storia c’è che due sentenze hanno considerato questo viaggio narrato da Calcara insieme al maresciallo, verosimile. C’è però di più :”Poco dopo quel viaggio a Roma si svolse a Paderno una riunione molto tesa. I soldi erano andati persi. Io c’ero. Erano presenti anche un cardinale, un politico, un uomo della massoneria. E quella fu una delle tre volte in cui vidi Bernardo Provenzano. Lì fu decisa la sentenza di morte di Roberto Calvi”.
Dieci anni dopo quella serata, la condanna di Calcara per il delitto Tilotta è diventata definitiva. E’ stato cinque anni in prigione in Germania, dove era stato arrestato per una rapina con sequestro di persona. In Italia è evaso dal carcere di Favignana, approfittando di un permesso. Calcara si dà alla latitanza, mimetizzandosi vestito da monaco e armato di pistola. “Mi chiamò Francesco Messina Denaro. Voleva che andassi a trovare Lucchese che stava morendo. E che mi tenessi pronto per ammazzare il giudice Borsellino. Una volta fatto, sarei partito per l’Australia. Fu lì che capii che dopo quell’ultimo incarico mi avrebbero ucciso. Ebbi paura. Quando conobbi Borsellino decisi che avrei raccontato tutto ciò che sapevo. Lui prendeva appunti su un’agenda rossa. Per alcune cose non parlava nemmeno con i suoi sostituti. Gli parlai anche di Antonov e dell’attentato al Papa”.
Sergej Ivanov Antonov, uomo sospettato di appartenere ai servizi segreti bulgari. Il suo nome è tornato alla ribalta lo scorso marzo, dopo la chiusura dei lavori della commissione Mitrokhin: appare in una foto a piazza San Pietro il giorno in cui Alì Agca spara al Pontefice.
Sembrava una storia chiusa. E invece ora Calcara ci torna su “Io l’avevo detto nel marzo del 1992 a Borsellino. Vede?”.
Spieghi.
“Due giorni prima di quel 13 maggio 1982 mi danno l’ordine di partire per Roma. Due uomini d’onore, Furnari e Santangelo, mi presentano Antonov. Io e lui passeggiamo per cinquanta metri, poi torniamo indietro. E mi fa: verranno da te, in questo posto preciso, due turchi. Sono armati. Ora loro ti hanno visto. Ti saluteranno dicendo:’Ciao Antonov’. Li porterai a Milano”.

Una talpa nelle istituzioni

Quindi?

“Venti minuti dopo che hanno sparato al Papa, arriva invece solo Antonov, agitato, insieme a un turco. Ci salutiamo e andiamo alla stazione Termini, io, il turco, Furnari e Santangelo. L’altro evidentemente era Alì Agca. Il treno ha un’ora di ritardo. Giunti a Milano, il turco va con loro, io torno da Lucchese. Il turco viene ucciso e io do una mano a seppellirlo in un campo di granturco a Calderara, una frazione di Paderno. Do anche indicazioni precise del luogo, ma quando il giudice Priore andrà a controllare, scoprirà che in quell’esatto posto hanno iniziato a scavare da poco tempo. Il campo è una voragine. La verità è che c’era una clamorosa fuga di notizie nelle cose che dicevo a Borsellino. Non è un caso che tutto ciò che gli raccontai e che lui segnò sull’agenda rossa senza verbalizzarle, le ritrovai il 7 maggio del 1992 sul Corriere della Sera. Lui s’infuriò. Non capiva come potesse essere successo”.

La supercommissione

L’agenda rossa sparì il 19 luglio 1992, il giorno della strage di via D’Amelio. Una foto immortala l’attuale colonnello dei carabinieri Giovanni Arcangioli con la borsa del giudice in mano. A lui i magistrati di Caltanissetta hanno chiesto che fine abbia fatto, indagandolo poi, per false dichiarazioni all’autorità giudiziaria (1). E’ possibile che anni dopo sia difficile ricordare momenti così concitati. Certo, che cosa fosse scritto lì dentro resta l’ultimo dei misteri sul periodo delle stragi. Il probabile motivo della morte del magistrato. Calcara giura:”Poco prima della strage, Borsellino si era appuntato le prossime rivelazioni che avrei poi verbalizzato. Cose fondamentali, clamorose, perché riguardavano i rapporti tra Cosa Nostra, la massoneria e le istituzioni. E cioè la supercommissione.”
Prego?
“La famosa riunione di Paderno in cui era presente Provenzano, un cardinale e gli altri, era una di quelle della supercommissione, come mi spiegò Lucchese. Cosa Nostra non poteva decidere da sola fatti di quel tipo. Cosa Nostra è solo un’entità e ha ai suoi vertici un triumvirato. Lo stesso vale per gli apparati deviati dello Stato, del Vaticano e della Massoneria. Questi vertici tra loro si riuniscono nella supercommissione quando si deve decidere su vicende così gravi. Tre persone a testa. La supercommissione garantisce l’autonomia a ciascuna entità, ma decide su ogni cosa”.
Della supercommissione nessuno ha mai parlato, nemmeno boss pentiti del calibro di Nino Giuffrè. Possibile? Sembra un po’ una rivelazione con il sapore della fantapolitica.
“Tante cose io so che altri, di più alto livello di me in Cosa Nostra, ignoravano. Se è per questo, ad esempio, Giuffrè non ha mai parlato nemmeno di Marcinkus, eppure quel viaggio dei dieci miliardi è risultato credibile. Evidentemente non lo sapeva nemmeno lui. Provenzano lo sa. Le mie dichiarazioni, anche quelle apparentemente più incredibili, hanno sempre avuto riscontri: la presenza di Antonov il giorno dell’attentato è stata confermata solo quest’anno. Ma io ne parlai nel ‘91”. Calcara uscì dal programma di protezione volontariamente. Quando fu indagato per calunnia parlando del viaggio a Roma per incontrare Marcinkus. Pareva follia. Invece no.

Un uomo solo

E’ stato assolto. Ha cambiato sei abitazioni, vive nascosto ma continua a collaborare.
“E’ una cosa che non sopportavo quella di non essere creduto. Da Borsellino ho imparato la lealtà. Io non ho mai parlato di ciò che non ho sentito dire. Io dico solo le cose a cui ho assistito. Calvi l’ho visto quel giorno. Il turco l’ho seppellito io, potete controllare anche il ritardo del treno. Potete controllare che lui e Agca soggiornarono in un albergo di Palermo prima dell’attentato. Io alla riunione della supercommissione, nell’estate del 1981 c’ero. Ero lì. Vidi e sentii tutto. Lì si decise la sorte di Calvi. Lì l’attentato a Wojityla, che, mi spiegò Lucchese, avrebbe voluto rimuovere personaggi molto discussi all’interno della Chiesa. Come Marcinkus.”
Nel frattempo Lucchese è morto. Marcinkus pure. L’agenda rossa è scomparsa. L’ultima prova rimasta della presunta super commissione, Provenzano a parte, è un collaboratore di giustizia minacciato di morte. Un collaboratore atipico. Un uomo solo. Della cui vita lo Stato non sembra preoccuparsi granchè.

 


Edoardo Montolli (fonte: il periodico MAXIM, anno 10, n°1, 1 gennaio 2007)




NOTE:
(1) Il 1 aprile 2008 il GUP di Caltanissetta Paolo Scotto di Luzio ha dichiarato il non luogo a procedere nei confronti del col. Giovanni Arcangioli "per non aver commesso il fatto", ritenendo l´ufficiale estraneo alla vicenda relativa alla scomparsa dell'agenda rossa di Paolo Borsellino. Il 17 febbraio 2009 la sesta sezione penale della Cassazione presieduta dal dott. Giovanni de Roberto ha respinto il ricorso presentato dalla Procura di Caltanissetta avverso la decisione del GUP Scotto. Il col. Arcangioli è stato pertanto definitivamente prosciolto "per non aver commesso il fatto" dall’accusa di aver sottratto l’agenda rossa di Paolo Borsellino con l’aggravante di aver favorito l’organizzazione Cosa Nostra.



 

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Francesco Grasso  - IV LIVELLO   |2010-09-02 19:38:32
Il discorso fila. Altro che fantapolitica.

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