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Rubriche - Libri
Scritto da Benny Calasanzio   
Domenica 16 Maggio 2010 11:09

“Don Vito” non è solo un libro sulla ormai accertata trattativa tra Stato e mafia, sulla messinscena dell'arresto di Totò Riina e sulla pax sigillata con il sangue del procuratore aggiunto di Palermo Paolo Borsellino. “Don Vito” è il racconto di chi tutto ciò lo ha visto con i propri occhi e lo ha vissuto in seconda linea, nella veste di factotum di un padre padrone che nel salotto di casa sua incontrava, con la stessa frequenza, politici e mafiosi; a volte entrambi nello stesso momento. Quel figlio si chiama Massimo e quel padre Vito, Vito Ciancimino.

Scritto con il giornalista Francesco La Licata, “Don Vito” è un flashback lungo cinquant'anni che inizia con una rasatura dal barbiere, con un Don Vito insaponato e Massimo con in mano un giornale su cui riconosce, in un identikit, la figura amichevole e familiare che ha sempre visto in casa: l'ingegner Lo Verde. La didascalia, però, dice che si tratta di Bernardo Provenzano. Da quella perdita dell'innocenza comincia l'avventura di un giovane scapestrato e “mezza testa” come chiamano in Sicilia quelli come lui, che in mente hanno solo “piccioli”, donne e divertimenti. Una mezza testa che Don Vito cercava di proteggere, di tenere lontano dai problemi, relegandolo al ruolo di factotum personale a cui riservare affettuosi appellativi quali “testa di minchia” e affini. Un padre che non esita, dopo l'ennesima bravata di Massimo, a legarlo con una catena al termosifone; fatti che, anche dopo la morte del padre, gli fanno provare astio e rancore per quel pezzo di vita che avrebbe voluto vivere in un altro modo, per quelle interferenze quotidiane targate Don Vito culminate nel tentativo, riuscito, di fargli chiudere la discoteca sul Monte Pellegrino che Massimo era riuscito ad aprire.

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In queste pagine, volute fortemente da proprio da Ciancimino Jr, ci sono quasi quarant'anni di potere a braccetto con cosa nostra, il rapporto del padre con Roberto Calvi, il banchiere di Dio ucciso a Londra con cui Don Vito si incontrò più volte per scambi di denaro. Racconti “vagliati” quasi in ogni paragrafo dalle parole parche e misurate del fratello di Massimo, Giovanni, che aggiungono a quelle del fratello la legittimità di chi è stato solo sfiorato dalle inchieste e oggi non avrebbe motivo di mentire.

E poi ci sono quei due, sempre e comunque presenti. Senza “loro” forse Don Vito non sarebbe mai esistito: due figure complementari a quella del politico dei corleonesi, due punti fissi con cui concordare ogni piccolo particolare e ogni mossa politico-mafiosa. Una è quella di Bernardo Provenzano, che frequentava, a tratti quotidianamente, casa Ciancimino a Palermo, a Mondello e a Roma anche mentre Don Vito era agli arresti domiciliari. L'altra il signor Franco/Carlo, uomo legato ai servizi segreti, grande anticipatore di blitz e avvenimenti che fu presente nella vita di Don Vito fino al giorno del suo funerale; pare che la sua identificazione sia imminente se non già addirittura cosa fatta.

E poi, dulcis in fundo, arriva lei, la trattativa vera e propria. Nel racconto di Massimo, quei giorni vissuti forse più del padre, appaiono infuocati: era lui il messaggero sul filo del rasoio tra il capitano dei carabinieri De Donno, il padre e Provenzano. Pizzini, lettere e ammiccamenti che portano, dopo lo scellerato papello di Riina, alla decisione di “vendere” ai carabinieri il capo dei capo pur di fermare lo stragismo, mettendo alla guida di cosa nostra il “saggio” Zio Binnu. Il “tubo” di plastica con le mappe di Palermo e l'elenco delle utenze domestiche consegnate a Provenzano che tornano indietro con un cerchio sul covo di Riina. Una ricostruzione, quella di Massimo, coerente con la mancata perquisizione del covo della “belva” da parte dei Ros che per 18 giorni viene lasciato in balia dei mafiosi che portano via tutto e hanno anche il tempo di tinteggiare le pareti.

Una trattativa vera e propria, un gioco della parti con referenti istituzionali di altissimo livello che erano, secondo Ciancimino, Virginio Rognoni e Nicola Mancino, entrambi esponenti della Dc e rispettivamente ministri della Difesa e dell'Interno nei primi anni '90. Una storia che finisce con la collaborazione di Massimo con la magistratura di Palermo e di Caltanissetta, quando ne inizia un'altra di segno opposto. Su tutto ciò l'ombra perenne del Gattopardo: tutto è cambiato, secondo Massimo, per rimanere com'era. Sono cambiati i referenti, sono cambiati i modi, ma sullo sfondo trionfa ancora una politica vittima consapevole di quell'abbraccio mortale con la mafia.

Prima di andarsene, però, Don Vito ci lascia un ultima, affilatissima rasoiata: fu il senatore Marcello Dell'Utri a sostituirlo nei rapporti con la mafia, ed è lui, testualmente, a “tenere per le palle” Silvio Berlusconi.


Benny Calasanzio
www.bennycalasanzio.net
www.bennycalasanzio.blogspot.com





 

Autore: Massimo Ciancimino, Francesco La Licata

Prezzo € 18,00

Editore Feltrinelli

Collana Serie bianca

Data uscita 07/04/2010

Pagine 320, brossura

 



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